Ugo Sasso
Written by INBAR  /  On Gen 09, 2000

in memoria di UGO SASSO, 11 anni dalla sua dipartita

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Date(s) - 09/01/2000 - 09/01/2020
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ugo sasso

Sono 11 anni oggi da quell’infelice 9 gennaio 2009, in cui le onde si presero il corpo di mio padre, di colui che circa 20 anni prima aveva coniato dal nulla quella nuova parola: bioarchitettura, accorgendosi durante i primi incontri sul tema, che a tutte le argomentazioni che sentiva, mancava uno spirito che andasse oltre i materiali, oltre la contabilità dell’impatto ecologico, oltre la misura del benessere. Scherzavamo quando partì con questo suo progetto, con la sua volontà di creare un mondo che ancora non c’era. 10 anni dopo quel mondo c’era, con un seguito di architetti e non solo, entusiasti a sentire un messaggio del tutto nuovo, mai sentito da nessuna parte, sconfessato quotidianamente, eppure tanto palese.

Oggi il mondo continua la sua strada tappezzata di soluzioni tecnicistiche, spesso solo slogan, che pretendono di risolvere un aspetto, ignorando le conseguenze sugli altri. E’ mio parere che sia l’impianto commerciale e finanziario nel quale ci muoviamo che ci impone questo modo di fare, e che non ci sia un’uscita, finchè non cambieremo il sistema. Ma a questo gli architetti e i comuni mortali possono farci poco, sembra oggi come oggi riguardare più quel mondo disruptive che si sta affacciando da internet. Eppure vivendo, progettando, sentiamo che il messaggio di cui siamo bombardati quotidianamente è falso! Siamo disillusi rispetto al salvataggio del mondo da parte dell’ennesima auto elettrica, del sistema finanziario dalle iniezioni di denaro, della foresta amazzonica dai programmi di ripiantumazione, dell’architettura dall’ultimo aggiornamento del protocollo energetico. E abbiamo più che mai bisogno di un messaggio che possiamo riconoscere come vero e genuino:

SCOPO DELL’ARCHITETTURA È FARE VIVERE BENE LE PERSONE. E tutto il resto non conta. E le persone per stare bene dove sono, hanno bisogno di sentirsi accolte: di riuscire a leggere il contesto, riconoscerlo, farlo proprio, leggere i nessi che lo identificano, la trama. Cioè, l’architettura nasce dai nessi, dalle relazioni. Non faccio una buona architettura, prendendo a riferimento le immagini di una rivista. La rivista è astratta, de-localizzata, ammaliante. L’architettura è ciò che ha radici, l’immobile per definizione, è il linguaggio sottile che sa inserirsi nel contesto. E solo se le persone stanno bene, riconoscono e si appropriano sensorialmente del posto in cui vivono, possono prendersene cura. Possono assumere un atteggiamento ecologico verso l’ambiente.
Detto con altre parole: la tecnologia è neutra, ciò che può essere ecologico è l’attegiamento. L’atteggiamento si costruisce dalle relazioni.
Non è per niente facile capirlo, siamo troppo immersi nel green washing della propaganda per rendercene conto alla prima. Ci vuole un percorso, ci vuole lo sperimentarlo, il discuterne insieme, il confronto. Ci vuole di tirare fuori noi per primi, parole autentiche. Quelle che al sentirle è aria pura.
Ugo un giorno mi raccontò che la confessione di un professore lo aveva molto colpito. Anch’egli impegnato nell’ecologia, era ora in pensione e si rammaricava che tutti gli insegnamenti di tanti anni, dopo il suo pensionamento erano andati persi. Mi disse che avrebbe voluto fondare una scuola, in modo che il pensiero viaggiasse con le proprie gambe anche quando lui non ci fosse più stato. Non ebbe molto tempo, dopo che me ne riferì. Ciononostante il pensiero è presente ancora oggi, il lavoro dell’Istituto ne è una testimonianza. Questo è un appello, per tutti coloro che ancora possiedono quel messaggio genuino di bioarchitettura, a sostenersi, trovarsi, divulgarlo.
I tempi -difficili- sono in cambiamento.

Giovanni Sasso
9/1/2020

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