Il Consiglio Direttivo INBAR ETS invia a tutti questo ricordo del nostro fondatore Ugo Sasso, sono passati 16 anni ed il nostro ricordo è sempre vivo e presente nell’Istituto e nei suoi Soci.
I temi da lui tracciati per noi di INBAR sono stati importanti da sempre, ed è innegabile come questi semi sono fioriti e vissuti prima all’interno del nostra comunità, consolidandone i valori e l’identità che siamo riusciti a tramette nel tessuto del nostro vivere quotidiano.
Dopo le vicende degli ultimi anni questi riferimenti sono diventati più necessari che mai e nel 2020 in occasione del nostro trentennale dalla fondazione, in un momento particolare e difficile della nostra società, abbiamo reagito convinti che era necessario ritrovare la nostra umanità perduta.
I problemi professionali e di vivibilità spesso diventano più difficili da affrontare se non si sviluppano delle emozioni positive, se ci si lascia sopraffare dalla negatività, dalla paura, dalla rabbia o dall’ansia.
La nostra comunità è sempre stata un’ancora negli ideali, nei riferimenti, nei principi più profondi nell’affrontare
la nostra visione di sostenibilità ed ecologia, l’abbiamo vista evolversi e ne abbiamo fatto parte sempre in ricordo di Ugo.
Quanti oggi sono in grado di leggere i segnali provenienti dall’ambiente (non solo ecosistema naturale) che stanno
chiedendo a voce sempre più alta un radicale cambiamento delle logiche di governo dell’economia e, conseguentemente di gestione sociale, a prescindere dalla dimensione e dalla localizzazione geografica.
Considerato il percorso di rinnovamento intrapreso dall’Istituto in maniera partecipata e condivisa già nel 2013 con la presidenza di Giovanni Sasso figlio di Ugo, poi con la modifica dello Statuto a giugno 2022 in adeguamento al D.lgs. del Terzo Settore e l’iscrizione al registro Unico RUNTS, ci ha consentito negli ultimi anni di tracciare il nuovo percorso con una serie di vantaggi cui sino ad oggi si era esclusi.
Abbiamo accettato le sfide che ci attendevano ed altre saranno raggiunte nei prossimi anni, nella via condivisa del rinnovamento e accreditamento dei valori del nostro Istituto riconosciuti da Ministeri e dal settore scientifico nazionale ed internazionale, della nostra identità con un Istituto che si è rinnovato anche e soprattutto con il lavoro dei nostri Soci, nelle Commissioni e GDL, con l’aiuto del Comitato Scientifico che ha dato forza e gambe alle nostre idee ed ai nostri obiettivi.
Molti sono i temi che ci attendono sulla sostenibilità sociale, di cui l’Istituto deve occuparsi, consapevoli di poter raggiungere obiettivi, anche ambiziosi, unicamente con il lavoro di squadra nell’innovazione intrapresa dall’Istituto.
IN RICORDO DI UGO SASSO
L’architetto Ugo Sasso ha perso la vita il 9 gennaio 2009 in Venezuela, travolto dalla corrente marina, mentre faceva il bagno nell’isola di Margarita, durante una breve tappa naturalistica del viaggio verso Berkley, dove lo aspettava lo scienziato Fritjof Capra, da sempre punto di riferimento della sua opera.
Ugo Sasso, bioarchitetto nel significato del termine che lui stesso aveva contribuito a definire, fonda nel 1991 a Bolzano l’Istituto Nazionale di Bioarchitettura. Allora in Italia la parola “ecologia” era quasi sconosciuta dall’opinione pubblica ma già da qualche anno lui trascinava un pugno di presunti architetti visionari nel Nord dell’Europa a vedere come bisognava costruire per rispettare l’uomo e l’ambiente.
Nato ad Asmara nel 1947, cresciuto in Veneto, laureatosi nel 1971 con Carlo Scarpa, Sasso ha collaborato con i grandi della progettazione ecologica (Kroll, Krusche, Kier), direttore scientifico della “Rivista di bioarchitettura”, ha tenuto corsi e master in numerose università italiane, ha realizzato a Bolzano nel 1994 il primo condominio ecologico italiano finanziato con soldi pubblici.
Nel vasto panorama internazionale della bioarchitettura Ugo Sasso ha portato un concetto originale tutto italiano, quello che il progetto ecologico non deve esaurirsi nell’edificio eco-sostenibile, ma deve avere al centro l’uomo, la qualità sociale del vivere della persona che vi andrà ad abitare, la sua l’appartenenza al luogo geografico e sociale, la salvaguardia del suo mondo di relazioni stratificatosi attraverso il tempo nelle città e nei paesi.
«Per comprendere tutto ciò – diceva – occorre dimenticare la “casa-macchina per abitare di Le Courbusier” e pensare ai quartieri storici delle città italiane, ai piccoli paesi con case magari vecchie, dove però la comunità vive serenamente.»

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