Tra poco partirà una fase di rilancio economico a seguito dell’emergenza COVID 19. E’ necessario partire con il piede giusto evitando gli errori del passato anche recente. L’Istituto Nazionale di Bioarchitettura ha avviato una serie di iniziative per arrivare preparati con idee e progetti che guardino lontano. L ’architetto Nando Bertolini Consigliere Nazionale ha dato un contributo al dibattito nazionale mediante un articolo che ha avuto molto risalto sulla stampa. Ve lo proponiamo sul sito come elemento di riflessione.
Dobbiamo cambiare, cerchiamo di cambiare in meglio!
L’emergenza COVID 19 ha messo in discussione il modo di abitare, di muoversi e soprattutto di vivere. E’ necessario effettuare ora le riflessioni che ci consentano dipartire con il piede giusto nella nuova fase che ci aspetta.Nonostante la nostra storia in pochi osservano che una città si compone sì di parti,ma che queste parti insieme costituiscono anche un tutt’uno. Città come Bologna sono diventate accoglienti, con portici e luoghi di ritrovo grazie al fatto che fu imposto di costruire gli edifici in aderenza fra loro con un portico pubblico: si crearono così spazi di relazione di cui le persone potevano e possono ancora oggi fruire, trasformando la città in organismo vivente. Certo ogni singolo elemento deve essere dotato di una propria autonomia e singolarità, ma esso acquisisce senso e significato quando contribuisce a far vivere, per mezzo di una complessa rete di tensioni dinamiche, il tessuto urbano. In questo senso, i nuovi insediamenti, debbono potersi inserire in maniera silenziosa nel contesto, sapendone cogliere il carattere, le relazioni e le necessità. Diventa importante osservare come “quell’edificio nuovo”, di cui tanto si è parlato su riviste e giornali, progettato da quel famoso architetto che molti amministratori comunali vorrebbero annoverare tra i propri tecnici di fiducia, si inserisce nel contesto.Ecco, ultimamente succede proprio questo: viene progettato un oggetto architettonico, che appunto è un oggetto, qualche cosa che è stato collocato in quel posto, ma che potrebbe essere tranquillamente dall’altra parte del mondo, tale è il suo distacco (o conflitto aperto?) con la città in cui è andato a inserirsi. Un oggetto che sempre più spesso non è più un semplice manufatto architettonico, ma si eleva ad oggetto d’arte (!), perciò proiettato in un immaginario di perfezione e insindacabilità.Ad opera naturalmente di architetti-demiurghi che dimenticano il dialogo con i luoghi e privilegiano la spettacolarizzazione dell’opera: obiettivo meravigliare, dimenticando la dimensione quotidiana dell’architettura, per la sua maggior parte costituita di edifici per tutti i giorni e per persone normalmente comuni.Oppure più banalmente si realizzano interventi che non tengono conto dell’esistente, ne calpestano la storia e lo svuotano di significato.Ciò nonostante la normativa urbanistica italiana non consente, o meglio vieta, la possibilità di replicare, in forma più moderna, quei luoghi famosi nel mondo per la bellezza o più semplicemente per l’accoglienza: le strade strette, gli edifici affiancati, il costruire sul bordo stradale, i portici di collegamento tra fabbricati e passaggi coperti non è più, purtroppo da tempo, possibile realizzarli! Viviamo una condizione che determina un sempre più diffuso senso di disagio e sfiducia al quale, però, sembra associarsi una pericolosa attitudine delle persone ad adattarsi a situazioni penalizzanti o semplicemente brutte, purché queste siano messe in atto gradualmente; ci abituiamo in sostanza, per comodità o perché lo crediamo conveniente, fino a quando non è troppo tardi per porvi rimedio. Siamo ad un paradosso: in Italia riconosciamo le città per i nuclei storici piuttosto che per le periferie che da diversi decenni le circondano eppure la normativa urbanistica e le scelte politiche hanno teso a cancellarne la storia. Siamo una nazione composta da persone capaci e competenti. Capaci di costruire il ponte Niccolò Paganini (ex ponte Morandi) a Genova in pochi mesi ma anche di non riuscire a terminare opere pubbliche che giacciono incompiute per decenni. Per riprenderci e rinascere non bastano architetti o ingegneri in grado di migliorare il nostro bel paese, serve la volontà del paese. Dobbiamo avere poche regole e chiare,sfrondando quelle attuali dal superfluo. Abbiamo regolamenti, interpretazioni e sentenze spesso in contrasto tra loro che invece di migliorare il paese hanno, almeno per il settore urbanistico ed edile, contribuito ad omologare i fabbricati cancellando la storia e a legittimare edifici e quartieri brutti, ma realizzati a norma.Occorrono dunque leggi non solo contenitive, ma anche propositive nell’indirizzare gli investimenti e volte anche a consentire interventi per riparare il danno già fatto. Ciò comporta soprattutto fantasia, idee, progettualità, coinvolgimento di persone,accantonando i personalismi per valorizzare al meglio il bene comune.Il governo sta cercando di incentivare opere pubbliche con finanziamenti importanti,da parte nostra dobbiamo arrivare preparati con idee e progetti che guardino lontano evitando spese improvvisate poco calibrate sui reali bisogni della gente.
Nando Bertolini architetto


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