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ORDINANZA SINDACALE – Divieto di sperimentazione e\o istallazione del 5g

Il Presidente Nazionale INBAR Arch. Anna Carulli:Ancora una volta ho l’occasione di intervenire su questo tema,impianti di telefonia mobile, in riferimento alla vietata istallazione del 5G a Messina, nella mia città.Devo congratularmi con il Sindaco De Luca per la sua decisione, che ha proceduto secondo un principio di cautela diramato da sempre dall’OMS, che invita […]

Data:

4 Maggio 2020

Tempo di lettura:

2751 parole - 23 min

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ORDINANZA SINDACALE – Divieto di sperimentazione e\o istallazione del 5g

Il Presidente Nazionale INBAR Arch. Anna Carulli:
Ancora una volta ho l’occasione di intervenire su questo tema,impianti di telefonia mobile, in riferimento alla vietata istallazione del 5G a Messina, nella mia città.
Devo congratularmi con il Sindaco De Luca per la sua decisione, che ha proceduto secondo un principio di cautela diramato da sempre dall’OMS, che invita alla prudenza proprio perchè non si conoscono gli effetti sulla salute dell’uomo.
Come architetto ed esperto in Bioarchitettura, me ne sono sempre occupata da anni e ne ho fatto la mia professione, quale esperto nel monitoraggio ambientale, inoltre è un tema che l’ISTITUTO NAZIONALE di BIOARCHITETTURA ha da sempre attenzionato e dibattuto con i suoi esperti in diversi progetti nazionali e campagne di monitoraggio in collaborazione con ARPA ed ENEA, per chiarire i riferimenti tecnici e scientifici, per la giusta divulgazione ai cittadini sul tema e sulla tutela all salute.

Citando un mio vecchio articolo sul tema……”Molti Sindaci intervenuti che hanno vietato la sperimentazione della tecnologia 5G, nelle motivazioni di alcune ordinanze comunali che hanno già vietato la sperimentazione e l’installazione del 5G nel sproprio territorio, hanno trovato anche altre fonti rispetto a quelle che abbiamo menzionato, e sostiene che «le radiofrequenze del 5G sono del tutto inesplorate, mancando qualsiasi studio preliminare sulla valutazione del rischio sanitario e per l’ecosistema derivante da una massiccia, multipla e cumulativa installazione di milioni di nuove antenne» e cita a sostegno delle preoccupazioni «il documento pubblicato nel 2019 dal Comitato scientifico sui rischi sanitari ambientali ed emergenti (Scheer) della Commissione europea, affermando come il 5G lascia aperta la possibilità di conseguenze biologiche».

Sappiamo che possibilità non equivale a probabilità e tantomeno ad elevata probabilità, ma quando si tratta di salute la prudenza non è mai troppa: i rischi potrebbero esserci e, se ci sono, sono ancora sconosciuti. Oltretutto, i rischi alla salute non sono uguali per tutti: sappiamo che le persone reagiscono in maniera diversa all’esposizione ad un determinato fattore, che si tratti del fumo di sigaretta o di radiazioni elettromagnetiche come in questo caso.

Il fenomeno ha un nome: elettrosensibilità e varia da soggetto a soggetto. Coloro che sono ipersensibili ai campi elettromagnetici sono molto più a rischio degli altri e su questo fenomeno gli studiosi sono d’accordo (è dimostrato che in queste persone lo stress ossidativo delle cellule è maggiore), al punto che il Parlamento europeo e il Consiglio d’Europa avevano proposto, già nel 2009 e nel 2011, di riconoscere l’elettrosensibilità come una specifica categoria di disabilità; ma sinora nulla è stato fatto.

D’altronde, se anche i soggetti a rischio fossero solo questi pochi elettrosensibili e la loro percentuale fosse, poniamo, lo 0,01% della popolazione italiana, cioè uno su diecimila, si tratterebbe comunque di almeno seimila persone a elevato rischio per la loro salute che meriterebbero piena tutela.

Alcune considerazioni su questo tema complesso.
Con l’avvento di una nuova tecnologia di radiocomunicazione si sollevano immancabili le preoccupazioni sui pericoli per la salute causati dall’elettrosmog.
I limiti al riguardo nel nostro paese sono i più severi d’Europa. Questa è da una parte una tutela per la salute, ed un ostacolo allo sviluppo del 5G. Con i limiti attuali infatti, il 62% delle stazioni radio base in Italia non possono essere usate per propagare il segnale 5G. Ci vorranno quindi da una parte investimenti importanti e dall’altra monitoraggio costante affinché il tutto sia realizzato nel rispetto delle regole.

Le frequenze utilizzate in Italia sono tra l’altro relativamente basse e ben lontane dai limiti cui può arrivare il 5G. Sicuramente è chiaro che ci sia un rischio per la salute, ma l’implementazione che ne verrà fatta sarà il nodo sul quale concentrare l’attenzione. Pensare di rinviare l’argomento, nel momento in cui l’infrastruttura si svilupperà maggiormente nel nostro paese è una tesi molto pericolosa. Per adesso anche se siamo appena agli albori è coerente parlare di previsione dei pericoli e agire con prudenza.
5G è la rete di nuova generazione che andrà a superare l’attuale 4G LTE. Detta così si potrebbe pensare che sia solo un fatto di velocità di connessione. In realtà c’è molto di più.

Per darvi un’idea grossolana, diciamo che la facilità con la quale uno streaming musicale viene ora gestito da una rete LTE, la avrete con uno streaming video. Ma non è per questo che si parla di “rivoluzione“.

Il 5G permetterà infatti di usare la rete mobile per tutta una serie di servizi che finora sono stati appannaggio di altri mezzi. La latenza bassa, in particolare, la renderà preferibile anche ad una ADSL. Potremo giocare online senza problemi, anche in cloud gaming, svincolando l’utente dalla necessità di avere una macchina potente per giocare. E lo stesso vale più in generale per il cloud computing. Ma pensate anche, come già accennato, ai servizi di streaming, in particolare di video. Contenuti ad altissima risoluzione, fluidi e subito disponibili.
Il 5G dovrebbe soppiantare in futuro anche le attuali connessioni in fibra. Niente più modem da collegare alla rete telefonica, ma al massimo un modem 5G. Sarà l’era dei dispositivi (davvero) sempre connessi, che non debbano più passare continuamente da Wi-Fi a rete mobile. Ed anche altri servizi, come la TV digitale, potrebbero passare da lì. “Smart city“, automotive, IoT: tutti i dispositivi connessi avranno l’affidabilità di un’attuale rete cablata su rete mobile, ovvero disponibile ovunque. Parliamo di videosorveglianza, droni, auto a guida autonoma e tanti altri servizi dei quali in Italia abbiamo solo un assaggio. Ci vorrà però molto tempo per arrivarci, come vedremo a breve.
La penetrazione nel nostro paese (e non solo) non sembra lenta, ma nascosta e molti sindaci ne hanno blocato con ordinanza la sperimentazione sul territorio comunale.

OpenSignal prevede infatti che l’avvento del 5G in Italia aggraverà le già evidenti disparità che ci sono attualmente. Ovvero, la differenza di velocità delle reti mobili tra le aree urbane più coperte e quelle più isolate si accentuerà; quantomeno per i primi anni. L’LTE dovrebbe infatti rimanere la tecnologia dominante fino al 2021. Questo per dare il tempo all’infrastruttura 5G di potenziarsi. Secondo altre previsioni, il 5G raggiungerà il 31% del mercato europeo, il 49% di quello USA ed il 25% di quello cinese entro il 2025. Sempre nel medesimo anno, solo il 14% delle connessioni a livello globale dovrebbe essere 5G. Capirete quindi che siamo appena all’inizio di una lenta rivoluzione.

Questo solleva anche un altro problema, ovvero quello della copertura internazionale. Ciascun operatore avrà il suo spettro di bande, come del resto accade in parte già ora col 4G. Il problema è che non è detto che tutti gli smartphone 5G le supportino tutte fin dall’inizio. Un modello certificato per le reti dell’operatore Verizon negli USA, ad esempio, potrebbe navigare in 4G in Europa. Il tempo è nuovamente un fattore chiave, e la fretta un pessimo consigliere.
Le velocità del 5G dovrebbe raggiungere valori di picco di ben 20 Gbps. Nell’uso pratico reale le stime però sono molto più basse, ed intorno a 1,4 Gbps. Giusto per mettere le cose in prospettiva, il picco delle reti 4G LTE è di circa 4000 Mbps (LTE Cat. 15), sebbene nella pratica siamo più vicini ai 100 Mbps.

Il 5G utilizza onde radio ad (estremamente) alte frequenze, fino a 300 GHz. Le reti attuali sono invece comprese entro i 5 GHz, per fare un parallelo. Sono queste alte frequenze il motivo dell’aumento di velocità, ma al contempo rendono la propagazione del segnale più difficile, perché maggiormente sensibili agli ostacoli fisici. Detta altrimenti, se la potenza del segnale 5G si riduce della metà, le ripercussioni sulla velocità di navigazione sono in proporzione molto più sensibili che non in LTE. Ovvero, se con metà barre in LTE avete una riduzione di velocità di 20 volte, in 5G la riduzione sarà di 200 volte. (Di nuovo: stiamo semplificando.)

Ciò significa che per una copertura capillare ci vorranno molti più ripetitori, ma non è detto che “servano”. Con velocità di picco così elevate infatti, anche in presenza di un segnale più debole, l’utente potrebbe non accorgersi della differenza.

Sta di fatto che questa “iperconnettività” prevede un innalzamento esponenziale delle radiofrequenze emesse rispetto ai valori attuali e le infrastrutture di trasmissione saranno piccole nelle dimensioni, ma potenti nell’emissione, e soprattutto saranno diffuse dovunque: praticamente, non ci saranno zone escluse dall’interscambio elettromagnetico dei dati, neppure in aperta campagna o in alta montagna. Così il campo elettromagnetico nell’aria sarà decuplicato passerà dagli attuali 6 V/m ad almeno 61 V/m.

A fronte di questo dato certo dell’aumento dell’elettrosmog, che è oggettivamente misurabile come fenomeno, sta l’incognita di un correlativo aumento del rischio di malattie connesse alle onde elettromagnetiche, come i tumori; ed è proprio questo che non è stato verificato,ancora siamo alla verifica delle correlazioni, almeno stando ai dati ufficiali, ma che puntualmente vengono contradetti da biologi e fisici del CNR ed Enea.

Sintetizzando le posizioni, si può dire che i negazionisti del rischio sostengono che le radiofrequenze non hanno evidenziato nessun aumento dei tumori; gli allarmisti (detti anche “tecnoribelli”) invece ritengono che gli studi si basano sui dati precedenti, compiuti con frequenze più basse, mentre ora l’aumento delle potenze delle radiazioni che si sta realizzando incrementerebbe proprio questo rischio.

Pochi giorni fa, l’Istituto Superiore di Sanità (Iss) ha pubblicato un report (ne abbiamo parlato qui: cellulari e tumori: è solo un flop?) dove in estrema sintesi si esclude che ci sia un collegamento tra l’uso del telefonino, anche intenso e prolungato, ed i tumori. Mancano, infatti, le prove del fatto che le radiazioni emanate dal telefonino abbiano effetti cancerogeni.

La forza di questo studio è che si basa su un lungo periodo di osservazione (quasi 20 anni, dal 1999 al 2017); la debolezza è che negli anni passati si utilizzavano tecnologie di emissione radiante di potenza neanche lontanamente comparabile a quella del 5G; ed uno dei principali fattori di rischio è proprio l’intensità dell’esposizione delle cellule umane al campo elettromagnetico.

Dal canto suo, la Cassazione ed i giudici di merito sono orientati a seguire il principio di prudenza di cui abbiamo parlato in apertura: la salute umana è un bene così prezioso che non può essere escluso da studi scientifici degli organismi governativi o comunque pubblici che non evidenziano il pericolo quando quel rischio è dimostrabile per altre vie, come gli studi di organismi indipendenti; in alcuni casi quindi ha riconosciuto il nesso tra il tumore contratto da un lavoratore e l’utilizzo eccessivo del telefono per ragioni aziendali (si trattava di un manager costretto a utilizzare il telefonino per parecchie ore al giorno), disponendo il risarcimento dei danni in suo favore (Cassazione: il cellulare provoca il tumore, lavoratore risarcito).

Del resto gli studi scientifici compiuti da Enti pubblici non bastano a sciogliere i dubbi e le perplessità di chi pensa che i governi e le società multinazionali siano così interessati alla faccenda da poterne pilotare gli esiti e addirittura i periodi di diffusione (ad esempio il Codacons lancia il sospetto che non sia una coincidenza il fatto che l’Iss abbia pubblicato il suo studio ufficiale proprio nel momento di pieno lancio della campagna del 5G in Italia).

Ma ci sono studi indipendenti che dimostrano il rischio del 5G nell’insorgenza dei tumori? Il Codacons ne ha individuati alcuni e afferma che «Dallo Iarc all’Oms, passando per i recenti studi condotti dal National Toxicology Program degli Stati Uniti (NTP) e dall’Istituto Ramazzini, tutti gli enti di ricerca affermano senza ombra di dubbio come l’esposizione alle onde elettromagnetiche prodotte dai telefonini sia potenzialmente cancerogena. La posizione dell’Iss è, quindi, del tutto isolata in ambito scientifico e internazionale e non può ritenersi in nessun caso valida e attendibile».

Tra questi studi citati abbiamo analizzato quello dell’Istituto Ramazzini che è pubblicato integralmente in lingua italiana: è del 2018, riguarda proprio l’impatto dell’esposizione umana ai livelli di radiazioni a radiofrequenza prodotti da ripetitori e trasmettitori per la telefonia mobile. Questo istituto di ricerca è una onlus e può qualificarsi indipendente perché la ricerca è stata finanziata da un ampio numero di soci, nazionali ed esteri, pubblici e privati (Arpa, Regione Emilia-Romagna, Fondazione Carisbo, Inail, Protezione Elaborazioni Industriali (P.E.I.), Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna, Children With Cancer (UK), Environmental Health Trust (USA).

Il resoconto ha evidenziato “aumenti statisticamente significativi” nell’incidenza di alcuni tumori sui ratti esposti a vari livelli di radiazioni, corrispondenti a quelle utilizzate nella telefonia mobile e dunque alle “dosi ambientali” che troviamo nei nostri ambienti di vita e di lavoro.

Inoltre, l’esito di questa ricerca conferma i dati emersi da un’analogo studio compiuto negli Stati Uniti d’America, nell’ambito del programma NTP (National Toxicologic Program). Per questo gli scienziati osservano che “non può essere dovuta al caso l’osservazione di un aumento dello stesso tipo di tumori, peraltro rari, a migliaia di chilometri di distanza, in ratti dello stesso ceppo trattati con le stesse radiofrequenze”.

Sinora, però, gli istituti pubblici non hanno preso atto di queste evidenze: l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc) non ha proceduto a rivedere la classificazione delle radiofrequenze definibili come “probabili cancerogene”; così come neppure l’Icnirp (acronimo di International commission on non-ionizing radiation protection), organismo internazionale non governativo riconosciuto dall’Oms (Organizzazione mondiale della sanità) è intervenuto a regolamentare la materia dei rischi di queste onde invisibili sulla salute umana (le sue linee guida risalgono a 20 anni fa).

Rassegna stampa ENEA
http://www.ow27.rassegnestampa.it/OwEnea/PDF/2020/2020-04-30/2020043071440789.pdf

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Ultimo aggiornamento

18 Giugno 2020 10:24